Manaslu
Accesso
Itinerari della vetta
L'avvicinamento al campo base del Manaslu è uno dei più lunghi e scenografici tra gli ottomila: da Kathmandu si raggiunge in autobus Besi Sahar o Arughat, da dove inizia un trekking di circa dieci-dodici giorni attraverso la gola del Buri Gandaki, uno degli itinerari più affascinanti del Nepal centrale. Il campo base si installa a circa 4.800 metri, nel villaggio di Samagaon o nelle sue immediate vicinanze. La via normale risale il versante nord-est attraverso una progressione tipicamente su neve e ghiaccio, con quattro campi in quota; la sezione finale è nota per l'esposizione al vento, che costituisce l'ostacolo principale nelle ultime centinaia di metri. La via non presenta difficoltà tecniche estreme ma richiede esperienza consolidata in alta quota. La parete sud — aperta da Messner nel 1972 in una nuova via nel corso della prima salita italiana — è l'itinerario tecnicamente più impegnativo della montagna.
Vie di salita estive
» da Campo Base (4.800m), via versante nord-est – PD – 5–7 settimane (acclimatamento incluso) – (3.363mD+) (via normale)
» da Campo Base, via parete sud (Messner 1972) – D+ – prima salita italiana, terza assoluta; via tecnica su parete mista
» da Campo Base, via sperone nord-ovest (1971, spedizione giapponese Kohara–Tanaka) – D – seconda ascensione assoluta
» da Campo Base, via versante ovest (1981, Béghin–Muller) – D – nuova via francese aperta il 7 ottobre 1981
Vie di salita invernali
» via normale (4.800m) – PD – prima invernale 12 gennaio 1984 (alpinismo, Berbeka e Gajewski)
Introduzione
Con i suoi 8.163 metri il Manaslu è l'ottava montagna più alta della Terra. Si innalza nel Nepal centro-occidentale, nella catena del Mansiri Himal, a circa 64 chilometri in linea d'aria dall'Annapurna, separato da essa da profondi canyon e valli glaciali. Il nome deriva dal sanscrito manasa, che significa "anima" o "spirito": da qui il nome completo Manaslu, "montagna dello spirito". In tibetano la montagna è nota anche come Kutang. Presenta tre cime principali — la principale a 8.163m, il Pinnacolo est (7.992m) e la cima nord (7.157m) — e domina un massiccio di grande respiro con altre vette significative come la Himalchuli (7.893m) e il Ngadi Chuli (7.871m). La prima ascensione fu compiuta il 9 maggio 1956 dal giapponese Toshio Imanishi e dal nepalese Gyalzen Norbu, nell'ambito della spedizione guidata da Yuko Maki, dopo quattro anni di tentativi giapponesi ostacolati anche dalle tensioni con le comunità locali, legate alla distruzione accidentale di un monastero durante le operazioni preliminari. Il Manaslu è ricordato nell'alpinismo mondiale per la prima ascensione femminile in assoluto di un ottomila, compiuta nel 1974 da tre alpiniste giapponesi, e per le grandi tragedie da valanga che hanno segnato la sua storia: nel 1972 quindici morti in un giorno, nel 2012 tredici in una notte. La prima ascensione invernale fu compiuta il 12 gennaio 1984 dai polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski.
Descrizione
Contesto geografico
Il Manaslu domina il Nepal centro-occidentale dall'interno di un massiccio delimitato a est dalla gola del Buri Gandaki e a ovest dai canyon del Marsyangdi Khola. Le sue tre cime principali compongono un profilo inconfondibile, spesso descritto come una doppia piramide quando osservato dai sentieri che salgono verso il Damodar Himal dal versante tibetano. I ghiacciai che scendono dal massiccio — in particolare il ghiacciaio del Manaslu e quello di Thulagi — alimentano il sistema idrografico del Buri Gandaki, che scende poi verso la pianura del Terai. La Manaslu Conservation Area, istituita nel 1997 e che si estende per 1.663 chilometri quadrati, protegge l'intero ecosistema attorno alla montagna, dalle foreste subtropicali a bassa quota fino alle nevi perenni.
Dal punto di vista geologico il Manaslu appartiene alla Great Himalayan Sequence, la zona cristallina della catena, con rocce metamorfiche di alto grado — gneiss, graniti leucocratici e migmatiti — interdigitate con sequenze di marmi e scisti calcsilicatici. Il plutone granitico del Manaslu, intrusosi circa 22 milioni di anni fa, è uno dei più estesi e meglio studiati leucograniti himalayani, con affioramenti visibili anche sui versanti inferiori della montagna. La struttura a doppia piramide della vetta principale è il prodotto dell'azione combinata dell'erosione glaciale e dei processi crioclastici che hanno scolpito il substrato cristallino.
La fauna nella Manaslu Conservation Area include il leopardo delle nevi (Panthera uncia), il lupo tibetano (Canis lupus chanco), il tahr himalayano (Hemitragus jemlahicus) e il panda rosso (Ailurus fulgens). La gola del Buri Gandaki, percorsa dall'itinerario di avvicinamento al campo base, attraversa foreste di rododendri, querce e abeti di notevole interesse botanico. La zona è abitata principalmente dalle comunità Gurung e Tibetana, con una presenza buddhista radicata testimoniata dai numerosi monasteri lungo il percorso, tra cui il celebre monastero di Ribum.
Storia alpinistica
Il Manaslu fu avvistato per la prima volta da osservatori occidentali nel 1950, quando il maggiore britannico Harold Tilman, percorrendo la gola del Buri Gandaki, ne identificò il potenziale alpinistico. Le prime ricognizioni sistematiche furono condotte da spedizioni giapponesi tra il 1952 e il 1955, con tentativi progressivi sul versante nord-est che raggiungevano quote sempre più elevate — 5.275m nel 1952, poi 7.750m nel 1953 — prima di essere interrotti da tensioni con le comunità locali. Nel 1954, durante le operazioni preliminari di una nuova spedizione giapponese, una valanga distrusse il monastero buddhista di Pung-gyen, causando la morte di 28 persone. Gli abitanti della zona attribuirono la tragedia alla presenza degli alpinisti stranieri, colpevoli di aver disturbato le divinità che dimorano sulla montagna. La spedizione fu costretta al ritiro; il problema fu risolto con una donazione per la ricostruzione del tempio, che permise ai giapponesi di ottenere nuovi permessi per il 1955 e il 1956.
Nel 1955 una spedizione di ricognizione verificò le possibilità sul versante nord-est; nel 1956 la spedizione definitiva guidata da Yuko Maki portò in vetta il 9 maggio Toshio Imanishi e Gyalzen Norbu, seguiti due giorni dopo da Kiichiro Kato e Minoru Higeta. La seconda ascensione avvenne nel 1971, ad opera della spedizione giapponese di Akira Takahashi che aprì una nuova via per lo sperone nord-ovest; Kazuharu Kohara e Motoyoshi Tanaka giunsero in cima il 17 maggio.
Il 1972 fu l'anno più intenso e drammatico della storia del Manaslu. Il 10 aprile una valanga travolse il campo alto di una spedizione sudcoreana, uccidendo quindici persone — dieci sherpa, quattro alpinisti coreani e il capospedizione Kim Jung-Sup. Il numero totale di morti in quella stagione fu diciassette: il più alto mai registrato su un ottomila fino ad allora. Poche settimane dopo, il 25 aprile 1972, Reinhold Messner raggiunse la vetta per una nuova via sulla parete sud, nell'ambito della spedizione italo-austriaca guidata da Wolfgang Nairz: fu la prima salita italiana e la terza assoluta. La discesa si trasformò in una lotta per la sopravvivenza quando una violenta tempesta si abbatté sulla montagna; Franz Jäger, che aveva rinunciato alla vetta in buone condizioni fisiche, non tornò mai al campo. Messner raccontò l'intera vicenda nel libro Tempesta sul Manaslu.
Nel 1974 il Manaslu divenne teatro della prima ascensione femminile in assoluto di un ottomila: il 4 maggio Naoko Nakaseko, Masako Uchida e Mieko Mori, alpiniste di una spedizione giapponese guidata da Kyoto Sato, raggiunsero la vetta per la via normale. Sadako Suzuki, di un secondo team, perse la vita il giorno seguente durante la discesa. La prima ascensione invernale fu compiuta il 12 gennaio 1984 dai polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski, nell'ambito di una spedizione guidata da Lech Korniszewski.
Il 23 settembre 2012, nel cuore della stagione autunnale, un seracco si distaccò dalla parete superiore della via normale e innescò una valanga che alle 4.30 di notte travolse il campo 3 a circa 7.000 metri di quota. Tredici alpinisti persero la vita, tra cui l'italiano Alberto Magliano. La tragedia avvenne in un tratto della via che per anni era stato considerato relativamente sicuro. Nel 2019 la guida alpina italiana François Cazzanelli stabilì il record di velocità dal campo base alla vetta e ritorno in 17 ore e 43 minuti.
Contesto culturale
Il nome Manaslu riflette una concezione profonda della montagna come dimora spirituale: la parola manasa in sanscrito indica non solo l'anima individuale ma anche la mente e la coscienza cosmica. Questa sacralità non è mai stata dimenticata dalle comunità che vivono alle sue pendici. La distruzione del monastero di Pung-gyen nel 1954 e la reazione degli abitanti locali — che rifiutarono di accettare l'evento come accidentale, interpretandolo come la vendetta degli dèi offesi dalla presenza straniera — illustrano quanto profondo sia il legame tra la montagna e l'identità religiosa delle comunità buddhiste della zona. Il monastero di Ribum, lungo l'itinerario di avvicinamento, è uno dei centri spirituali più vitali della regione e accoglie ancora oggi comunità di monaci tibetani. Il Manaslu Circuit Trek, che circumnaviga l'intero massiccio attraverso il passo Larkya La (5.160m), è uno degli itinerari trekking più frequentati e scenografici del Nepal, percorso ogni anno da migliaia di escursionisti.
Fruizione e frequentazione
Il Manaslu è tra gli ottomila più frequentati in stagione autunnale, posizionandosi come alternativa all'Everest per spedizioni commerciali che cercano una montagna ad alta quota con logistica relativamente accessibile. Il permesso di salita è rilasciato dal governo del Nepal. Le stagioni principali sono la primavera (aprile–maggio) e l'autunno (settembre–ottobre). La storia di gravi valanghe sulle via normale — 1972, 2012 — ha portato a riflessioni sulla scelta dei siti dei campi alti.
Traversate
» traversata Manaslu — Peak 29 (Ngadi Chuli, 7.871m)
Appoggi
» Campo Base Samagaon (4.800m) — nei pressi del villaggio di Samagaon
Informazioni
Quota: 8.163m
Nome alternativo: Kutang (tibetano); Manaslu = "montagna dello spirito" (sanscrito)
Gruppo montuoso: Mansiri Himal — Himalaya nepalese centrale
Catena alpina: Himalaya
Tipologia: massiccio a tre cime / vetta principale
Area protetta: Manaslu Conservation Area (Nepal, istituita 1997 — 1.663 km²)
Prima ascensione: 9 maggio 1956
Primi salitori: Toshio Imanishi, Gyalzen Norbu
Prima ascensione invernale: 12 gennaio 1984
Primi salitori in invernale: Maciej Berbeka, Ryszard Gajewski
Libro di vetta: assente
Comune/i: Gorkha (Nepal)
Valle/i: Valle del Buri Gandaki (E); Valle del Marsyangdi (O)
Difficoltà alpinistica: PD (via normale); D–D+ (versante sud e sperone nord-ovest)
Dislivello medio: 3.363m (da Campo Base)
Periodo consigliato: aprile–maggio; settembre–ottobre
Esposizione prevalente: N-E (via normale); S (parete Messner)
Presenza ghiacciai: sì
Presenza tratti attrezzati: sì (corde fisse sulla via normale)
Collections
vette del Nepal – lista – mappa