Makalu
Accesso
Itinerari della vetta
Il Makalu è una delle montagne più isolate e remote tra gli ottomila. Il trekking di avvicinamento al campo base parte dalla cittadina di Thumlingtar a soli 470 metri di quota, generando il maggiore dislivello assoluto di avvicinamento tra tutte le vette sopra gli 8.000 metri: un percorso di circa dieci giorni con continui saliscendi che mette a dura prova gli alpinisti già nelle prime fasi della spedizione. Il campo base si posiziona intorno ai 5.650 metri, sul ghiacciaio del Makalu. La via normale sale sul versante nord e percorre in parte la cresta nord-est, superando il Makalu La, un valico a circa 7.400 metri che costituisce il punto chiave dell'itinerario: è qui che la montagna espone al vento gelido che scende dal Tibet e che ha respinto la grande maggioranza dei tentativi invernali. Dal Makalu La la via prosegue sulla cresta verso la vetta. I versanti del Makalu presentano tutti sezioni su roccia obbligatorie a quote molto elevate, che distinguono questa montagna dagli ottomila dove la progressione è prevalentemente su neve e ghiaccio. La parete ovest, il Pilastro, è considerata una delle vie tecnicamente più impegnative dell'intera catena himalayana.
Vie di salita estive
» da Campo Base (5.650m), via cresta nord-est e Makalu La – AD – 5–7 settimane (acclimatamento incluso) – (2.835mD+) (via normale, versante nepalese)
» da Campo Base, via parete sud-est (via giapponese, 1970) – D – prima salita Y. Ozaki e A. Tanaka
» da Campo Base, via Pilastro parete ovest (1971/1980) – ED – itinerario tecnico su roccia e ghiaccio; seconda salita 1980 Roskelley, Kopczynski, States, Momb senza sherpa e senza ossigeno
Vie di salita invernali
» via normale, Makalu La (5.650m) – AD – prima invernale 9 febbraio 2009 (alpinismo, Moro e Urubko)
Introduzione
Con i suoi 8.485 metri il Makalu è la quinta montagna più alta della Terra. Si innalza nella sezione orientale della catena himalayana, al confine tra il Nepal e il Tibet cinese, circa 19 chilometri a sud-est dell'Everest, nell'area protetta del Parco Nazionale di Makalu-Barun. La sua forma è quella di una piramide quasi perfetta a quattro lati con creste nette, che lo rende uno dei profili più riconoscibili e fotogenici tra tutti gli ottomila. L'etimologia del nome è incerta: una delle ipotesi più accreditate lo fa derivare dal sanscrito Maha-kala, epiteto della divinità induista Shiva con il significato di "grande tempo" o "grande oscurità"; un'altra, più immediata, lo ricollega a un termine tibetano che significa "grande nero", riferito al colore scuro delle sue pareti rocciose. Il Makalu fu identificato come cima distinta nel 1884 dai topografi del Survey of India; in precedenza era noto come Khamba Lung-an. La prima ascensione fu compiuta il 15 maggio 1955 da Jean Couzy e Lionel Terray, nell'ambito della spedizione francese guidata da Jean Franco, in un'impresa organizzativa di straordinaria efficienza che permise a tutti i membri della spedizione di raggiungere la vetta nel giro di pochi giorni. Il Makalu ha una storia invernale particolarmente intensa: fu l'ultimo degli ottomila nepalesi a essere scalato nella stagione più fredda, il 9 febbraio 2009, da Simone Moro e Denis Urubko, al termine di ventinove anni di tentativi falliti che costarono la vita al grande alpinista francese Jean-Christophe Lafaille nel 2006.
Descrizione
Contesto geografico
Il Makalu si innalza in una posizione geografica relativamente isolata rispetto agli altri grandi ottomila, circondato da vette che non raggiungono le sue quote ma che contribuiscono a formare uno dei paesaggi himalaiani più spettacolari. A nord-nordest si trovano il Kangchungtse o Makalu II (7.678m) e il Chomo Lonzo (7.818m); a ovest, a distanza ravvicinata, le pareti orientali del Lhotse e dell'Everest. La montagna presenta tre cime principali oltre a quella principale: il Makalu Sud-est e il Makalu Shar, entrambe attorno ai 7.800 metri. Il campo base si raggiunge attraverso la valle del Barun, uno dei canyon più profondi e spettacolari del Nepal orientale, che scende dal ghiacciaio omonimo verso le foreste subtropicali del Terai.
La geologia del Makalu riflette la struttura del Mahalangur Himal: rocce prevalentemente granitiche e gnessiche del batolite himalayano, con zone di metamorfismo di alto grado nei versanti superiori. Le creste affilate e le pareti verticali sono il risultato dell'erosione glaciale e dell'azione crioclastica su un substrato roccioso particolarmente compatto e resistente, che ha modellato la forma piramidale quasi perfetta della montagna. I ghiacciai che scendono dal massiccio — in particolare il ghiacciaio del Barun e quello del Makalu — alimentano il sistema idrografico del Barun Khola, affluente dell'Arun.
Il Parco Nazionale di Makalu-Barun, istituito nel 1992, è uno degli ambienti biologicamente più ricchi dell'intera catena himalayana, con una straordinaria varietà di ecosistemi che va dalle foreste tropicali a bassa quota fino alle nevi perenni. L'area ospita 440 specie di uccelli, 88 specie di mammiferi — tra cui il leopardo delle nevi (Panthera uncia), il panda rosso (Ailurus fulgens) e il lupo himalayano (Canis lupus chanco) — 315 specie di farfalle e circa 3.000 specie di piante vascolari. La foresta di rododendri, abeti e betulle che ricopre i versanti tra i 3.000 e i 4.000 metri è tra le più estese e meglio conservate del Nepal orientale.
Storia alpinistica
Le prime ricognizioni del Makalu risalgono al 1921, quando fu avvistato per la prima volta da osservatori scientifici. L'interesse alpinistico emerse tuttavia solo negli anni Cinquanta, in parallelo con la conquista delle grandi vette vicine. Nel 1954 tre spedizioni tentarono la montagna quasi simultaneamente: la California Himalayan Expedition guidata dal fisico William Siri, che raggiunse circa 7.100 metri sulla parete sud-est; una spedizione neozelandese guidata da Edmund Hillary, che tentò la cresta nord-ovest; e una spedizione francese di ricognizione autunnale, guidata da Jean Franco, che realizzò anche le prime ascensioni del Kangchungtse e del Chomo Lonzo. Questa ricognizione fornì le informazioni fondamentali per il successo dell'anno seguente.
Nella primavera del 1955 la spedizione francese di Jean Franco tornò al Makalu con una strategia precisa: una serie di squadre di punta che sarebbero partite a intervalli di ventiquattro ore per massimizzare le possibilità di successo. Il 15 maggio Jean Couzy e Lionel Terray — due tra i più forti alpinisti francesi del dopoguerra — toccarono la vetta dopo una notte a -33°C. Il giorno successivo fu la volta di Jean Franco e Guido Magnone. Nei giorni seguenti altri tre alpinisti della spedizione raggiunsero la cima: fu la prima volta nella storia dell'himalaysmo che tutti i membri di una spedizione riuscirono a salire su un ottomila. L'impresa fu un capolavoro di organizzazione e di scelta del momento, condotta in condizioni meteorologiche eccezionalmente favorevoli.
La seconda ascensione avvenne nel 1971 per opera di una spedizione internazionale che aprì una via nuova sulla parete ovest, il cosiddetto Pilastro. Nel 1975 una spedizione italiana guidata da Carlo Pinelli tentò la montagna. Negli anni Settanta e Ottanta si moltiplicarono le salite per varianti della via normale e i tentativi su nuovi itinerari. Nel 1980 la via del Pilastro sulla parete ovest fu ripetuta da una cordata americana di quattro alpinisti — John Roskelley, Chris Kopczynski, James States e Kim Momb — senza portatori sherpa e senza ossigeno supplementare.
La storia invernale del Makalu è tra le più drammatiche di tutti gli ottomila. Il primo tentativo risale all'inverno 1980-81, per opera dell'italiano Renato Casarotto. Nei ventotto anni seguenti si susseguirono tredici spedizioni invernali, tutte respinte dalla combinazione di vento estremo e freddo intenso che caratterizza la zona del Makalu La tra gennaio e febbraio. Tra i protagonisti di questi tentativi: Reinhold Messner e Hans Kammerlander (1985, fermati a 7.500m il 9 febbraio — stessa data in cui Moro e Urubko arrivarono in vetta nel 2009 — e durante la discesa trovarono i corpi di due alpinisti francesi scomparsi settimane prima); Krzysztof Wielicki in due diverse occasioni; Nives Meroi, Romano Benet e Luca Vuerich nel 2008. Il 27 gennaio 2006 il francese Jean-Christophe Lafaille scomparve sul Makalu durante un tentativo solitario in inverno, dopo aver bivaccato la notte tra il 26 e il 27 a 7.600 metri: fu visto l'ultima volta mentre risaliva verso la vetta e non fu mai più ritrovato. Lafaille era considerato uno dei migliori alpinisti del suo tempo.
Il 9 febbraio 2009, alle 14.00 ora nepalese, Simone Moro e Denis Urubko raggiunsero la vetta in condizioni estreme — temperatura percepita intorno ai -40°C, vento tra i 90 e i 100 km/h — concludendo la salita diciassette giorni dopo l'arrivo al campo base. La spedizione fu anche la prima prima-invernale su un ottomila compiuta da un team senza alpinisti polacchi, segnando simbolicamente il passaggio di questa tradizione all'himalaysmo internazionale. Per Moro era la seconda invernale su un ottomila dopo lo Shisha Pangma del 2005; per Urubko il completamento di un lungo sogno che aveva già tentato il Makalu in inverno l'anno precedente senza successo.
Contesto culturale
Il Makalu è al centro del Parco Nazionale di Makalu-Barun, istituito nel 1992 in stretta collaborazione con il Parco Nazionale del Sagarmatha per proteggere l'ecosistema transfrontaliero del Nepal orientale. La valle del Barun, che scende dai ghiacciai del massiccio verso le pianure del Terai, è abitata da comunità Rai e Sherpa con tradizioni culturali profondamente legate alla montagna. Il Makalu non ha la notorietà popolare dell'Everest o del K2, ma nell'ambiente alpinistico è considerato uno degli ottomila più puri e difficili: lontano dalle rotte commerciali, con un avvicinamento lungo e faticoso, senza le infrastrutture logistiche dei campi base affollati. Questa caratteristica lo ha reso meta privilegiata di spedizioni leggere e di alpinisti che ricercano un'esperienza himalayiana lontana dalla dimensione commerciale.
Fruizione e frequentazione
Il Makalu è tra gli ottomila meno frequentati in assoluto. L'avvicinamento lungo e difficile, la complessità tecnica della salita e l'assenza di infrastrutture commerciali tengono lontane le spedizioni di massa. Il permesso di salita è rilasciato dal governo del Nepal. La stagione primaverile (aprile–maggio) è la principale; quella autunnale è meno utilizzata. Il campo base si raggiunge da Thumlingtar con un trekking di circa dieci giorni attraverso il Parco Nazionale di Makalu-Barun.
Appoggi
» Campo Base Makalu (5.650m) — sul ghiacciaio del Makalu, versante nepalese
Informazioni
Quota: 8.485m
Nome alternativo: Khamba Lung-an (storico); Makalu = "grande nero" (tibetano) o da "Maha-kala" (sanscrito)
Gruppo montuoso: Himalaya orientale — Mahalangur Himal
Catena alpina: Himalaya
Tipologia: piramide rocciosa a quattro lati / vetta principale
Area protetta: Parco Nazionale di Makalu-Barun (Nepal, istituito 1992)
Prima ascensione: 15 maggio 1955
Primi salitori: Jean Couzy, Lionel Terray
Prima ascensione invernale: 9 febbraio 2009
Primi salitori in invernale: Simone Moro, Denis Urubko
Libro di vetta: assente
Comune/i: Sankhuwasabha / Solukhumbu (Nepal) / Tibet (Cina)
Valle/i: Valle del Barun (Nepal)
Difficoltà alpinistica: AD (via normale); ED (parete ovest – Pilastro)
Dislivello medio: 2.835m (da Campo Base)
Periodo consigliato: aprile–maggio
Esposizione prevalente: N (via normale); O (Pilastro)
Presenza ghiacciai: sì (ghiacciaio del Makalu, ghiacciaio del Barun)
Presenza tratti attrezzati: sì (corde fisse sulla via normale)
Collections
vette del Nepal – lista – mappa