Dhaulagiri
Accesso
Itinerari della vetta
Il Dhaulagiri è raggiunto principalmente dal versante nord, attraverso un trekking di avvicinamento di circa dieci giorni dal villaggio di Beni, attraverso la valle del Myagdi Khola. Il campo base si installa sul ghiacciaio del Dhaulagiri settentrionale, a circa 4.740 metri, ai piedi dell'imponente contrafforte chiamato "Eiger" che separa la parete nord dallo sperone nord-est. La via normale segue la cresta nord-est, la stessa percorsa dai primi salitori nel 1960: si risale la seraccata iniziale, si supera la sezione nota come Jacobs Ladder su ghiaccio e neve, e si allestiscono tipicamente tre o quattro campi prima dell'attacco finale. La montagna è nota per la sua instabilità meteorologica: le tempeste di neve e i venti violenti sono frequenti e imprevedibili, il che ha contribuito a far sì che fosse tra gli ultimi ottomila ad essere conquistati. La parete sud, che precipita per oltre 4.000 metri sulla valle del Kali Gandaki, è ancora inviolata e rappresenta uno degli ultimi grandi problemi aperti dell'himalaysmo.
Vie di salita estive
» da Campo Base nord (4.740m), via cresta nord-est – AD – 5–7 settimane (acclimatamento incluso) – (3.427mD+) (via normale)
» da Campo Base, via versante sud-ovest (1978, spedizione giapponese Amemiya) – D+ – prima salita di un versante particolarmente esposto alle valanghe
» da Campo Base est, via cresta sud-est (1978, spedizione giapponese Tanaka) – D+ – itinerario di alta difficoltà, quattro morti durante la prima salita
» da Campo Base est, via versante est (1984, spedizione cecoslovacca Simon–Jakes–Stejskal) – TD – via tecnica; Simon morì durante la discesa
Vie di salita invernali
Sci alpinismo
» via normale (4.740m) – AD – prima invernale 21 gennaio 1985 (alpinismo, Kukuczka e Czok)
Introduzione
Con i suoi 8.167 metri il Dhaulagiri I è la settima montagna più alta della Terra e la vetta principale di un vasto massiccio che si estende per oltre 120 chilometri nel Nepal centro-settentrionale, nella provincia di Gandaki Pradesh, delimitato a est dalla gola del Kali Gandaki e a ovest dal fiume Bheri. Il nome deriva dal sanscrito e significa "montagna bianca" o "montagna splendente" — un riferimento alle sue pareti nevose che sembrano risplendere sullo sfondo del cielo blu dell'Himalaya. Scoperto e misurato nel 1808 durante il Great Trigonometrical Survey britannico, il Dhaulagiri fu ritenuto la montagna più alta della Terra per una trentina d'anni, fino al 1838, quando il Kangchenjunga ne prese il posto; poi l'Everest avrebbe definitivamente messo fine a questa supremazia. La prima ascensione fu compiuta il 13 maggio 1960 da una spedizione svizzero-austriaca guidata da Max Eiselin, con una cordata d'attacco composta dall'austriaco Kurt Diemberger, dal tedesco Peter Diener, dagli svizzeri Ernst Forrer e Albin Schelbert e dagli sherpa Nyima Dorji e Nawang Dorji, tutti senza ossigeno supplementare. Fu la prima spedizione himalayiana a servirsi di un piccolo aereo — un Pilatus PC-6 soprannominato "Yeti" — per il trasporto materiale al col nord-est; il velivolo si schiantò durante una manovra di rientro, senza feriti tra l'equipaggio. La prima ascensione invernale fu compiuta il 21 gennaio 1985 da Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok, nell'ambito di una stagione invernale straordinaria in cui Kukuczka avrebbe scalato il Cho Oyu meno di un mese dopo, il 12 febbraio 1985: due invernali su ottomila nella stessa stagione, record tuttora imbattuto.
Descrizione
Contesto geografico
Il Dhaulagiri I domina il Nepal centro-settentrionale dall'interno di un massiccio che conta dieci cime superiori ai 7.000 metri, tra cui il Dhaulagiri II (7.751m), il Dhaulagiri III (7.715m) e la Putha Hiunchuli (7.246m). A est, separato dal massiccio dalla gola del Kali Gandaki, si innalza l'Annapurna I (8.091m): i due ottomila distano appena 34 chilometri in linea d'aria ma sono separati dalla valle del Kali Gandaki, considerata la gola più profonda della Terra. Il fiume Kali Gandaki scorre a 2.520 metri di quota tra le due montagne, creando una differenza di quota di circa 5.571 metri rispetto alla cima dell'Annapurna — un dislivello che supera quello di qualsiasi altro canyon del pianeta. Questa gola è stata percorsa per secoli dalle carovane commerciali tra il Nepal e il Tibet e custodisce importanti depositi di fossili di ammoniti — i cosiddetti shaligram — venerati nella tradizione induista come forme del dio Visnù.
Dal punto di vista geologico il massiccio del Dhaulagiri appartiene alla Great Himalayan Sequence, la zona mediana cristallina della catena, con rocce prevalentemente metamorfiche di alto grado — gneiss, migmatiti e micascisti — sollevate e deformate dalla collisione tra la placca indiana e quella eurasiatica. Le pareti superiori della montagna espongono le sequenze sedimentarie della Tethyan Himalayan Sequence, con calcari e peliti marine di origine paleozoica, testimonianza dell'antico oceano Tetide. La struttura della Kali Gandaki fornisce una delle sezioni geologiche più leggibili dell'intera catena himalayana, attraversando perpendicolarmente tutte le principali unità tettoniche dall'Himalaya minore al Tethys. La montagna è tristemente nota per le sue abbondanti precipitazioni nevose e per la frequenza di valanghe di ghiaccio che scaricano dai versanti superiori: questa caratteristica ha reso il Dhaulagiri uno degli ottomila più pericolosi e uno degli ultimi ad essere conquistati.
La fauna e la flora nelle zone inferiori del massiccio riflettono la transizione climatica tra il versante meridionale monsonico e quello settentrionale più arido. Le foreste di rododendri, abeti e betulle si spingono fino a circa 4.000 metri sul versante sud; il leopardo delle nevi (Panthera uncia) e il tahr himalayano (Hemitragus jemlahicus) frequentano i versanti a quote intermedie.
Storia alpinistica
Il Dhaulagiri attirò l'interesse alpinistico già nel 1950, quando la spedizione francese guidata da Maurice Herzog — che avrebbe poi conquistato l'Annapurna — effettuò una ricognizione senza trovare vie praticabili. Tra il 1953 e il 1958 cinque spedizioni tentarono il difficile contrafforte nord chiamato "Pear Buttress", tutte senza successo. Nel 1959 una spedizione austriaca guidata da Fritz Moravec esplorò la cresta nord-est, individuando quella che sarebbe diventata la via della prima salita.
Nella primavera del 1960 la spedizione svizzero-austriaca di Max Eiselin adottò un approccio innovativo, portando al col nord-est della montagna un piccolo aereo da carico Pilatus PC-6, ribattezzato "Yeti", per accelerare il trasporto del materiale. Il velivolo riuscì a posare sul colle Diemberger e Forrer, ma durante una manovra di rientro si schiantò contro i fianchi della montagna; i piloti uscirono illesi, ma il veicolo rimase abbandonato sulla montagna. Il 13 maggio, approfittando di una finestra meteorologica eccezionalmente favorevole — l'abituale tempesta pomeridiana disertò l'appuntamento — Kurt Diemberger, Peter Diener, Ernst Forrer, Albin Schelbert, Nyima Dorji e Nawang Dorji raggiunsero la vetta senza ossigeno supplementare. Dieci giorni più tardi anche Hugo Weber e Michel Vaucher della stessa spedizione arrivarono in cima. Per Diemberger fu il secondo ottomila in prima ascensione assoluta, dopo il Broad Peak nel 1957: un primato che nessuno avrebbe più eguagliato.
Nei decenni successivi si moltiplicarono i tentativi su versanti nuovi, spesso con esiti tragici. Nel 1969 una spedizione americana sulla cresta sud-est perse sette membri, compreso il capospedizione Boyd Everett, in una valanga: il peggior disastro himalayano fino ad allora nel Nepal. Nel 1975 una spedizione giapponese sul versante sud-ovest perse sei alpinisti in valanga; nel 1978 la stessa squadra, tornata sul versante sud-ovest, raggiunse la vetta con cinque alpinisti. Nello stesso autunno i giapponesi di Seiko Tanaka aprirono la cresta sud-est con quattro morti durante la salita. Nel 1981 il giapponese Hironobu Kamuro compì la prima ascensione solitaria per la via normale; nel 1982 la belga Lutgaarde Vivijs realizzò la prima ascensione femminile. Nel 1984 i cecoslovacchi aprirono una nuova via sul versante est, con Jan Simon che morì durante la discesa.
La prima ascensione invernale fu compiuta il 21 gennaio 1985 da Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok, nell'ambito di una spedizione polacca guidata da Adam Bilczewski. La salita avvenne in condizioni meteorologiche difficili, con l'allestimento del percorso nelle prime settimane di dicembre e il tentativo decisivo a gennaio. Meno di un mese dopo, il 12 febbraio 1985, Kukuczka raggiunse la vetta del Cho Oyu: due invernali su due ottomila distinti nella stessa stagione, un'impresa che nessun alpinista ha mai eguagliato.
Nel 1999 lo sloveno Tomaž Humar tentò in solitaria la gigantesca parete sud del Dhaulagiri — alta circa 4.000 metri — in uno dei tentativi più audaci dell'alpinismo di fine millennio: dopo nove giorni di scalata raggiunse circa 7.300 metri prima di essere costretto a discendere per le pessime condizioni della roccia. La parete sud rimane inviolata. Nel 1998 Chantal Mauduit, alpinista francese già autrice di numerose prime su ottomila, perse la vita travolta da una valanga sul Dhaulagiri. Nel 2006 Nives Meroi e Romano Benet conquistarono la vetta.
Contesto culturale
Il Dhaulagiri prende il nome dal sanscrito e le sue pareti bianche sono visibili da grande distanza nelle giornate limpide, dominando l'orizzonte del Nepal centrale. La gola del Kali Gandaki, che lo separa dall'Annapurna, è stata per secoli una delle principali vie di scambio commerciale trans-himalayano e custodisce borghi storici come Marpha, Kagbeni e Muktinath, quest'ultimo un importante luogo di pellegrinaggio per induisti e buddhisti. I fossili di ammoniti raccolti nel greto del Kali Gandaki, chiamati shaligram, sono venerati come incarnazioni del dio Visnù e commerciati nelle principali città religiose del subcontinente indiano. Il massiccio del Dhaulagiri è la montagna più alta a trovarsi completamente all'interno di un'unica nazione — il Nepal — senza tangere alcun confine internazionale, distinzione che lo rende simbolicamente significativo per l'identità geografica del paese.
Fruizione e frequentazione
Il Dhaulagiri è meno frequentato degli ottomila del Khumbu per via del lungo avvicinamento e della reputazione di montagna capricciosa sul piano meteorologico. Il trekking di avvicinamento da Beni richiede circa dieci giorni. Il permesso di salita è rilasciato dal governo del Nepal. La via normale per la cresta nord-est è la più frequentata; le vie tecniche sui versanti sud, est e sud-est sono percorse solo da spedizioni altamente specializzate.
Appoggi
» Campo Base nord (4.740m) — sul ghiacciaio del Dhaulagiri settentrionale
- Prima della cresta SE fatta dal giapponese Noboru Yamada
- Prima del pilastro SO fatta dal francese Pierre Béghin (in stile alpino)
- 1982 Prima della cresta NO fatta dal giapponese Noboru Yamada
- Prima invernale sulla normale (sperone NE) dei polacchi Kukuczka e Czok
- 1987 Prime donne a giungere in cima: le statunitensi Calhoun e Grissom
Informazioni
Quota: 8.167m
Nome alternativo: Dhaulagiri = "montagna bianca / splendente" (sanscrito)
Gruppo montuoso: Dhaulagiri Himal — Himalaya occidentale nepalese
Catena alpina: Himalaya
Tipologia: piramide / vetta principale di massiccio
Area protetta: nessuna
Prima ascensione: 13 maggio 1960
Primi salitori: Kurt Diemberger, Peter Diener, Ernst Forrer, Albin Schelbert, Nyima Dorji, Nawang Dorji
Prima ascensione invernale: 21 gennaio 1985
Primi salitori in invernale: Jerzy Kukuczka, Andrzej Czok
Libro di vetta: assente
Comune/i: Myagdi / Mustang (Nepal)
Valle/i: Valle del Myagdi Khola; Gola del Kali Gandaki (E)
Difficoltà alpinistica: AD (via normale); TD–ED (versanti sud e est)
Dislivello medio: 3.427m (da Campo Base)
Periodo consigliato: aprile–maggio; settembre–ottobre
Esposizione prevalente: N-E (via normale); S (parete sud inviolata)
Presenza ghiacciai: sì
Presenza tratti attrezzati: sì (corde fisse sulla via normale)
Collections
vette del Nepal – lista – mappa